Natale fuorisede

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25 dicembre 2014.

“Potevi prenderlo un treno in giornata, venivi a pranzo e poi verso sera tornavi a Milano”.

Si, in effetti potevo, Milano-Torino è più che fattibile.

In realtà non ci avevo pensato, prima che me lo si facesse notare.

Così mentre mamma e il suo compagno sono in treno verso Firenze e papà è dagli zii a Torino, io sono nella mia cameretta da fuori sede a Milano, chiedendomi perché ho detto che sarei stata qui.

La risposta preconfezionata, quella da servire in famiglia e a chiunque mi fissi con lo sguardo Cos’-hai-che-non-va-per-voler-stare-sola-a-Natale, è che sono stata da loro per l’Immacolata e ci tornerò per la Befana (ciao ciao denti del giudizio). Che senso aveva fare su e giù tre volte in un mese, contando che devo studiare un sacco e sono più comoda qui?

A differenza dell’anno scorso, che ho lavorato fino alle 19.30 del 24, quest’anno non avevo alcun socialmente-accettabile motivo per stare lontana dalla famiglia, così ho trovato il modo più facile per rifare quello che l’anno scorso mi era piaciuto da matti: ho detto la prima cosa che mi veniva in mente e sono stata qui.

(Si, sto anche studiando un pochino –o quantomeno sto preparando il mio cervello alla clausura che mi aspetta da dopo capodanno-, ma potevo benissimo tentare di produrre qualcosa di utile alla mia carriera universitaria alla scrivania della mia vecchia cameretta).

Diciamo che far leva su un fintissimo senso del dovere (e che almeno gli zii si sono bevuti) ha evitato che dalla mia bocca uscisse qualcosa tipo “Mi piace stare sola a Natale”. Provate poi a spiegare che non siete delle orrende creature figlie del Grinch, e che non si tratta di quanto odiate il vostro parentame, ma che è una cosa vostra. Le persone attorno a voi saranno condiscendenti e comprensive tanto quanto lo è la vostra ex Persona Significativa quando la mollate dicendo “non sei tu, sono io”.

Quindi yay, Natale da sola!

Poi però ci sono momenti come la mattina del 25, quando la luce entra chiara e fresca dalla finestra, e tu sei improvvisamente consapevole che E’ NATALE.

Quei momenti in cui realizzi di essere sola, in una città ancora straniera e in cui conosci praticamente nessuno.

E ti chiedi cosa ci fai lì, quando potresti essere a casa di papà con la tv, il wifi e un sacco di cibo che non hai dovuto pagare tu.

E fai due passi oltre la risposta preconfezionata.

Lo scorso Natale è nella top three dei miei momenti preferiti in assoluto.

Uscita dal lavoro mi ero diretta a casa sulla mia bici rossa, sfrecciando per quella meraviglia che è il centro storico di Torino illuminato (selfie sotto le luci d’artista per Instagram incluso).

Avevo trovato un negozietto vicino a casa miracolosamente aperto alle 19.45 del 24 dicembre, e avevo fatto scorta di cibo spazzatura.

Io e il mio divano, patatine e caramelle alternate da quei due litri di bevande gassate, una carrellata di film e la casetta silenziosa e illuminata a festa.

Ci saranno mille ottime ragioni per considerarlo piuttosto deprimente, ma così come non esiste “la” famiglia, non esiste nemmeno “il” Natale.

Quel Natale è stato uno dei momenti più delicatamente pieni e soddisfacenti della mia vita, e lo è stato perché è stato il MIO Natale. Sono stata profondamente bene, mi sono coccolata e mi sono rilassata, ho preso contatto con me stessa, sono stata in compagnia di me.

Non è anche questo il senso del Natale? Tornare all’essenziale, riscoprire le relazioni autentiche, fare spazio a ciò che è semplice e fondamentale?

E allora perché questa mattina del 25 dicembre mi sento tutto tranne che beata e felice? Il mio Natale l’anno scorso è stato semplice e pieno, e io ho dato per scontato che la formula “non vado a casa dei miei” fosse garanzia di quello stato di benessere.

Facciamo le dovute precisazioni: quest’anno in effetti non sono sola, perchè due dei miei tre coinquilini sono qui. Una coppia di circa dieci anni in più di me, con la quale ho tante possibilità di sentirmi a mio agio quante ne ho di dare tre esami tra meno di un mese. Poi non ho la tv, e -orrore degli orrori- non ho ancora una connessione internet (metti quattro sconosciuti, di cui una praticamente inesistente e una che fa finta di niente, a decidere sulla connessione da installare).

Quindi già partiamo male, malissimo.

Ma ho come il sospetto che non siano solo la mia effettiva non-solitudine e la mancanza di quintali di musical in streaming a rendere questo Natale meno spensierato.

Diciamo che quel Mi-sento-a-casa-stando-semplicemente-per-conto-mio non è così automatico quest’anno, e forse l’anno scorso era automatico proprio perché lo erano le condizioni della mia vita.

Una casa che abitavo da due anni e mezzo, arredata e vissuta esattamente come amavo e come avevo costruito insieme alla mia coinquilina-migliore-amica, un lavoro natalizio che adoravo e mi dava la sensazione di badare a me stessa, niente esami universitari.

Oggi sono in discussione mille aspetti di me e della direzione del mio esistere che prima del trasferimento erano immobili, sono in una città nuova, enorme e dispersiva, in una casa personalizzata da chi stava qui da prima di me e divido camera con una persona che organizza il poco spazio disponibile in modo assurdo. Niente è veramente “mio”, niente è veramente CASA. Non l’università, non la città, non i locali e le strade e i negozi e le persone, non l’appartamento, non i coinquilini.

Nulla potrebbe essere più diverso da 365 giorni fa.

E allora perché sono rimasta qui? Sul serio, a parte il fatto che Natale con i miei è sempre stato tra il deprimente e il mortalmente noioso. Perché mi trovo qui invece che tra quintali di ottimo cibo preparato da coloro che, seppur sgangheratamente, mi amano?

Il punto forse non è perché, ma per chi.

Non ci avevo ancora veramente pensato, ma mentre attacco gli stickers alla bici che la mia ex-coinquilina-ancora-migliore-amica mi ha regalato, mentre osservo le case attorno a me, mentre prendo il sole che c’è in cielo e penso alle famiglie in quelle case e respiro l’aria frizzante, sento in qualche recondito angolo del mio essere la mia compagnia.

Stare qui con me, nonostante una parte di me vorrebbe essere altrove e nonostante io sia pericolosamente vicina al sentirmi sola e persa, è precisamente il senso del mio Natale.

E’ il senso della mia solitudine in questa festa ed è’ il senso connessione che cercavo, anche se è poco piacevole. Anche se ti fa fare i conti con il baratro di incertezze e sconfinate possibilità che ti danno il capogiro.

O forse è esattamente per questo.

Il mio Natale è imparare di nuovo, ogni volta nelle nuove condizioni che la vita mi dà, ad essere libera e ad amare.

Amare chi sono stata prima di tutto, imparare a perdonarmi e ad abbracciarmi.

Amare chi sono, con tutto quello che ho che non mi va, e chi sto cercando di diventare con tutto quello che mi spaventa e che non conosco.

Amare la mia vita, incasinata e spaventosa e talvolta diversa da come la vorrei. Amare il tempo che ho a disposizione, le piccole ma numerose occasioni quotidiane di sentirmi connessa, ruolo principale sul palco del mio divenire, parte del tutto.

Il io Natale è non scappare dal sentirmi piccola e spersa.

Mentre pulisco la bici e attacco gli stickers mi trovo a capire che è esattamente per questo che ho scelto di fare Natale da fuorisede.

Perchè ti costringe a cercarti, a rincontrarti, a fare i conti con i quattro sassolini che hai nelle tasche. A non girare la testa dall’altra parte, a non andare avanti per abitudine, tradizione, forza d’inerzia.

Perchè ti dà l’occasione passare da “vivo qui” ad “abito qui”. Qui in questa città, qui in questa casa, qui in questa pelle.

Magari l’anno prossimo il Natale sceglierò di farlo a casa, di stare con i miei soliti vecchi tre parenti, di litigare con papà perchè vado a dormire troppo tardi, di lamentarmi che “qui non c’è niente da fare, che palle ‘sta città”, perchè in fondo la famiglia è quella cosa che serve a risolvere i problemi che la famiglia ha creato.

Ma per quest’anno riscelgo, più consapevolmente ora che siamo a metà delle feste, di stare qui per il Natale.

Riscelgo l’aver cucinato solo per me, con la musica in sottofondo nel microscopico cucinino di questa casa milanese. Riscelgo l’aver attraversato la possibilità di sentirmi sola, persa, triste e sfigata, e di aver fatto esperienza che ci sono, che sotto tutto il trambusto totalizzante degli ultimi mesi, io sono qui. Con me.

Riscelgo questo Natale fuorisede perchè, nel linguaggio dei fiori, la stella di Natale significa sii felice.

E io voglio esserlo davvero. Voglio poter dire che se ce l’ho fatta, se non sono andata in pezzi e tutto sommato sono stata bene anche stando da sola, allora non posso che sentirmi meglio da qui in poi. Non nel senso che sarà più facile, o che non starò male. Ma che ho costruito una base, ho toccato il fondo, mi sono seduta sulla terra nuda e ci sono rimasta per un po’, lasciando che l’umidità e il silenzio entrassero. Quando inizi a costruire da qui, tutto poi è più caldo e soffice di quel momento, qualunque silenzio è meno pesante di quanto lo sarebbe stato se non avessi scelto, e non subito, un Natale da sola.

Un Natale alla ricerca della mia compagnia, perché “felice” per me ha orgine da “autentico”.

xmas bitches* immagine tratta dal film Rent, adattamento cinematografico dell’omonimo musical. Visione consigliatissima.